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Il Desiderio di Silvia


di Membro VIP di Annunci69.it SilviaRossa
05.06.2026    |    339    |    4 9.7
"Sul tavolo al centro della stanza c'erano i residui di cibo e bottiglie di vino e birra, e i ragazzi sembravano già su di giri..."
**L'ultima stagione**

L'estate stava per finire, e con essa anche il mio contratto da cameriera in quel ristorante affacciato sul mare. Ero sfinita, logorata da una stagione di lavoro senza respiro — turni massacranti, orari impossibili, giorni di riposo che non arrivavano mai. Eppure, proprio in quel finale di stagione esaustivo, aveva avuto luogo la mia prima, vera trasformazione in Silvia.

Ricordo ancora il primo giorno: quando avevo varcato la soglia del locale, mi avevano presentato i colleghi — camerieri e baristi dal sorriso facile — e poi la cucina, dove regnava Amed. Chef di origini turche, possedeva quella voce bassa che sembrava scaturire dal petto e uno sguardo capace di attraversarti come un coltello caldo nel burro. Da subito mi avevano accolta, integrata nel gruppo con naturalezza, come se quella cameriera nuova, timida e un po' spaesata, fosse sempre stata una di loro.

Dopo pochi giorni, quando ormai avevo preso confidenza con l'ambiente e con il ritmo del lavoro, era nata quella complicità — silenziosa, elettrica — con Amed. Le sue battute mi raggiungevano mentre passavo con i vassoi, ma erano soprattutto le sue occhiate a parlare: sguardi che mi spogliavano, che esploravano la mia pelle sotto quella divisa troppo stretta. E io, con malizia, rispondevo: gesti lenti, sinuosi, il corpo che si offriva nelle curve dei pantaloni neri attillati e della camicia bianca, sempre un po' aperta sulla cintura, a creare quella linea di pelle che sapevo lui seguisse con gli occhi.

Fu una di quelle mattine, nelle prime ore di preparazione per il pranzo, che tutto cambiò.

Il magazzino provviste era un cubo stretto, soffocante, con due scaffali che si fronteggiavano creando un passaggio angusto, quasi claustrofobico. Ero lì da sola, china a cercare qualcosa sugli scaffali bassi, quando sentii il suo passo alle spalle. Non mi voltai. Sapevo.

Amed mi raggiunse in silenzio, il suo corpo che premeva contro il mio, avvolgendomi da dietro. Una mano si posò sul mio ventre, l'altra circondò il mio collo con decisione. Sentii il suo alito sul l'orecchio, poi la lingua — calda, voluttuosa — che mi lambiva il lobo, e infine la voce, quella voce bassa che vibrava nel petto: «Mmm... che fisico. Mi hai messo troppa voglia,>>

Fui invasa da quella voce, da quel corpo possente che mi imprigionava contro gli scaffali, che premeva mostrandomi tutta la sua eccitazione. Il calore mi salì alle guance, alle tempie, scese nel ventre come un fuoco liquido. Le mie mani agirono d'istinto, scivolarono sulla cerniera dei suoi pantaloni, esplorarono, cercarono. Poi mi girai, affamata, e baciai il suo collo — quel collo profumato di spezie e sudore leggero — e mi appiccicai a lui, mi sciolsi contro quel fisico possente come cera al sole.

Un bacio lungo, profondo, interminabile. Le nostre lingue si cercavano mentre le mani di lui scoprivano, sotto la camicia, la pelle che bruciava.

Fu il rumore di passi nel corridoio a salvarci dall'irreversibile. Ci staccammo a fatica, con il tempo appena sufficiente per ricomporci — lui che si aggiustava il grembiule, io che tiravo giù la camicia con mani tremanti. Quando il collega entrò nel magazzino, trovò due colleghi apparentemente intenti a cercare delle scatole di olio. Nessuno sospettò nulla.

Eppure ero tutta rossa, tutta fuoco, tutta desiderio. Quella voglia mi accompagnò per tutto il servizio, un fuoco sotterraneo che mi bruciava le vene ogni volta che incrociavo Amed in cucina. I suoi occhi mi dicevano cose oscene, e io arrossivo, temendo che i colleghi potessero leggermi nella pelle, nel modo in cui camminavo, nel respiro affannoso.

Quando finalmente il ristorante chiuse per la pausa pomeridiana — quelle quattro ore di vuoto tra le quattordici e le diciotto — raccolsi le mie cose e fuggii a casa. Vivevo in un appartamento condiviso con altri ragazzi del ristorante, e dovevo nascondere tutto: il rossore, il tremore, l'eccitazione che ancora mi pulsava tra le cosce.

Sotto la doccia, l'acqua fredda non servì a nulla. Mi stesi sul letto, nuda tra le lenzuola ancora umide, e chiudendo gli occhi rivissi ogni istante: il magazzino stretto, le sue mani, il suo respiro nell'orecchio. Fantasticai su cosa sarebbe potuto succedere, su cosa sarebbe successo. E mentre i miei compagni di appartamento parlavano in cucina, io mordevo il cuscino per soffocare i gemiti, nascondendo l'emozione che mi attraversava come un'onda lunga, inesorabile, bellissima.

Fu quel pomeriggio che capii: Silvia era nata, e non sarebbe più tornata indietro.

È vero che fino a quel momento non sono stata una santa. Dai miei diciotto anni non avevo perso occasione di prender cazzi nei bagni delle stazioni o nei parchi al buio, dove branchi di maschi mi avevano usata in tutti i buchi, venendomi ovunque. Nei cinema a luci rosse e nei bagni pubblici avevo avuto megaorgasmi con decine di uomini affamati, i cazzi super turgidi... Bei tempi. Ma mai, fino a quel momento, avevo baciato uomini. E ora mi stava capitando qualcosa di diverso: sentirmi desiderata come una donna. Sì, proprio così. Quell'uomo che avevo incontrato nel magazzino e che avevo baciato con trasporto e passione mi aveva fulminata, dandomi per la prima volta la consapevolezza che io ero donna, realizzando la mia fantasia di sempre: essere Silvia.

Al pomeriggio mi recai al ristorante per il servizio della cena. Era un giorno infrasettimanale, con poca gente. Ero ancora eccitata dalla giornata che mi aveva incendiata la passione di essere donna e sentirmi tale. Giusto prima della cena, tutti mangiavamo nell'ultimo tavolo vicino alla cucina. Fu in quel momento che Amed, che sedeva di fronte a me, mi mise il piede fra le gambe; a fine pasto, quando tutti si erano già alzati, mi sporse un biglietto che io misi in tasca, temendo che altri potessero vedere.

Andai in bagno e lessi il messaggio: *Ti va di venire a casa mia per un drink?* E sotto, l'indirizzo.

In bagno, mentre leggevo, mi ero già eccitata. Il mio pisello ergeva nei pantaloni stretti, che dovetti aprire, aspettando che ritornasse alle dimensioni di riposo prima di chiudere e rientrare in sala.

Pensai che sarei andata da lui, ma prima avevo bisogno di un paio di giorni per prepararmi al mio esordio di Silvia. Avevo bisogno di presentarmi come Silvia, con tutto l'abbigliamento e un po' di trucco che non sapevo usare. Forse due giorni non sarebbero bastati.

Decisi che avrei posticipato l'incontro. Scrissi un messaggio su un foglietto delle comande e glielo porsi. Il messaggio fu un po' banale: gli dissi che nei due giorni successivi non potevo e che avrei preferito spostare l'appuntamento.

Decisione presa. Il giorno seguente mi svegliai presto per fare gli acquisti necessari. Andai al mercato delle bancarelle, dove si trova un po' di tutto, e in un negozio vicino acquistai la crema depilatoria — ricordo Veet, solo per donne, all'epoca non esisteva per i maschietti — e dei trucchi: rossetto, mascara, fondotinta, matita. Mi sentivo eccitatissima. Nel ritorno a casa, per nascondere nella mia valigia tutto l'occorrente, sculettavo e mi sentivo già nella parte.

Non trovai tutto quello che cercavo: mi mancava una parrucca, le calze possibilmente autoreggenti, un paio di scarpe. Di fretta andai al ristorante per il consueto lavoro, ma con la voglia di vedere Amed e con la voglia di tornare a casa per i preparativi.

Quel pomeriggio mi dedicai alla depilazione e provai l'abbigliamento comprato: una minigonna nera e una camicetta hawaiana. Mi ci vollero due giorni per avere tutto l'occorrente, meno la parrucca che non trovai. Decisi di mettere un foulard avvolto alla testa.

Ero finalmente pronta. Avevo anche iniziato un digiuno per essere pronta e pulita.

Diedi conferma ad Amed per l'incontro a casa sua, dove lui viveva da solo, in un appartamento non lontano dal ristorante. Ero pronta per il debutto, e mi intrigava l'idea di essere ospite di un uomo. L'appuntamento era in una bella serata estiva: Amed finiva prima e mi avrebbe aspettata. Che emozione: non stavo più nella pelle, sapere di essere una donna.

Quella sera gli ultimi clienti uscirono presto dal ristorante e alle ventidue e trenta ero già pronta per uscire e raggiungere l'abitazione di Amed, che conoscevo perché l'avevo cercata durante i giorni precedenti. Avevo con me, in uno zainetto, tutto l'occorrente per la trasformazione.

Arrivata a casa di Amed, suonai il campanello. Avevo così tanta adrenalina in corpo che mi faceva impazzire. Lui aprì la porta e davanti a me trovai un uomo meraviglioso con un asciugamano intorno alla vita.

«Scusa, ho appena fatto una doccia» mi disse.

Avrei già voluto sentire il profumo della sua pelle, avvicinarmi per posare le mie labbra sul suo corpo. Ma presa dalle mie intenzioni, gli dissi: «Wow, anch'io ho bisogno di una doccia.»

Lui mi fece entrare. Aveva già preparato due cocktail che sorseggiai prima di chiudermi in bagno per la trasformazione. Quando uscii, mi dovetti mettere il mio pisolino stretto in mezzo alle mutandine, per non far emergere il gonfiore.

«Wow» fu la sua prima espressione.

Ero imbarazzata, non sapevo quale potesse essere la sua reazione. Ebbi solo il tempo di dirgli «Sono Silvia» e lui non mi diede tempo di riflettere. Porgendomi il drink, che bevemmo in un solo sorso, disse: «Ok, Silvia, sei bellissima», e mi mise la lingua in bocca.

Non capivo più niente. Iniziai a girare la mia lingua nella sua bocca mentre il mio corpo veniva esplorato dalle sue mani, e i nostri corpi iniziavano a muoversi con complicità e passione. Era chiaro che gli ero piaciuta. Mi parlava all'orecchio, sussurrando parole che mi facevano impazzire. La mia bocca scivolò dalla sua bocca all'orecchio, facendogli sentire la mia voglia, e più in basso, con la lingua, gli leccai tutto il petto fino al ventre, e infine il suo bel cazzo che aspettava la mia bocca affamata. Mmm, quanto mi piaceva. Lo sentivo tutto mio, e il mio corpo era a sua completa disposizione.

Mentre succhiavo e limonavo il suo cazzo, lui allungò le mani sulle mie natiche e, piano piano, iniziai a sentire la mia figa anale che pulsava di voglia. Mmm, quanto mi piaceva sentire il suo corpo muoversi sulla mia faccia, mentre mi riempiva la bocca e mi faceva scivolare il cazzo fino in fondo alla gola, dandomi un senso di soffocamento. Ma appena mi riprendevo, lui mi dava un altro affondo, tenendomi in apnea e stringendo il mio viso tra le sue mani.

Lo sentivo ansimare, e quando riuscivo a toglierlo dalla mia bocca, la mia lingua leccava tutta la lunghezza fino ai testicoli, e a leccare il suo culo, e lo facevo impazzire di goduria.

«Brava, Silvia, brava, sei veramente porca.»

Sì, lo ero. Mi piaceva averlo tutto, e in tutti i sensi.

Da lì a poco mi alzò quasi di peso e mi lanciò sul letto. Ero ormai a totale sua disposizione. Mi leccò la figa anale prima di infilarlo tutto dentro. Mmm, ero tutta bagnata, e con la mia bocca cercavo la sua, mentre mi stantuffava e io avevo continui orgasmi, fino al suo orgasmo che mi ha letteralmente riempita.

Ci fermmo e il suo cazzo rimase fermo dentro di me. Quando poi lo sfilò, ancora mezzo duro, mi girai, gli diedi un bacio sulle labbra e gli dissi: «Grazie, hai soddisfatto la mia voglia.» E scivolai più in basso per prenderlo in bocca e pulirlo. Mi sono sentita davvero una brava mogliettina, e lui ha apprezzato.

Ricordo che il giorno dopo sono tornata al lavoro, ma non avendo pulito bene il trucco, mi si vedeva in viso e soprattutto sugli occhi la matita e il mascara — cosa che avevano probabilmente notato anche colleghi e clienti. All'inizio un po' imbarazzante, ma poi ho accettato come ricordo di quella notte.

Fu solo l'inizio di una lunga estate dove Amed mi aveva adottata come moglie, amante: non passava giorno che, o pomeriggio o sera, mi prendevo la mia dose di sesso, ben condito di fiotti caldi e dolci della sua sborra che tanto mi piaceva.

Durante l'estate siamo diventati amanti, amici. Avevo raccontato le mie storie, il mio passato da troia nei cinema, e questa cosa a lui piaceva tanto, lo eccitava molto.

Un giorno mi chiese se fossi d'accordo a fare una cosa con dei suoi amici. Aveva già visto nei miei occhi la risposta e la voglia che il mio corpo aveva avuto alla sua domanda. Risposi con un sì un po' in sospeso: non volevo fare quella depravata. Ma lui aveva già capito che ero disponibile, e non vedevo l'ora.

E fu così che, a fine estate, i suoi amici, ex compagni di lavoro finita la stagione su tutta la riviera, vennero invitati a casa di Amed. Amed era di origini turche, ma era vissuto in Germania e poi aveva lavorato in Italia. Conosceva bene il mondo e aveva uno spiccato senso dell'amicizia e delle relazioni.

Anche il nostro ristorante era a fine stagione, e siamo rimasti solamente in tre a fare le pulizie e servire qualche cliente. Gli amici di Amed soggiornavano ormai da qualche giorno a casa sua, e mi disse che volevano conoscermi.

«Ma come Silvia?»
replicai con una voce soffocata.

«Certamente»
disse lui,
con tono deciso e con l'entusiasmo che lo contraddistingueva.

Ebbi un secondo di incertezza, un po' di timore, ma dentro di me esultavo. E lui, che conosceva ormai le mie indole, conosceva la risposta.

Visto che ormai nell'appartamento c'eravamo solo io e il lavapiatti, un bravo ragazzo tunisino che conosceva poche parole d'italiano ma si faceva voler bene da tutti, decisi di fare tutti i preparativi a casa e presentarmi da Amed e amici già *en femme*: «Silvia».

Tutto quel lungo pomeriggio ho pensato all'incontro, provando allo specchio gli abiti che nel frattempo avevo collezionato, anche grazie a qualche regalo di Amed, e un trucco quasi perfetto, con orecchini e, per l'evento, avevo anche laccato le unghie di rosso. Mi piacevo, ero bella e soddisfatta, tanto che uscendo dal bagno incontrai il lavapiatti, Karim, che noi tutti chiamavamo Carino. Lui restò folgorato, ma io ormai ero entrata nella parte e lo salutai con molta disinvoltura.

Lui restò bloccato, ma poi, seguendomi verso la mia stanza, mi chiese dove stavo andando. Risposi: «A una festa, con tanto sesso.»

I suoi occhi si accesero come fanali, e tutto d'un fiato mi disse che voleva venire con me. Inizialmente cercai di dissuaderlo, ma poi mi fece troppa tenerezza, e avevo visto che la sua patta si era gonfiata. Pensai: uno più, uno meno. Ero desiderosa di essere presa e amata da tutti.

Arrivammo a casa di Amed, che restò colpito per la presenza di Karim, ma con un sorriso e una pacca sulle spalle lo accolse con affetto. Quando entrammo, ci presentò al gruppo dei suoi amici: due bei maschi con occhi e capelli scuri, formosi, di origine turca come lui, e un terzo che sembrava più timido, capelli e occhi chiari, proveniente dai Balcani. Tutti portavano semplici pantaloncini e, tranne Karim e un altro di loro, erano a torso nudo.

Sul tavolo al centro della stanza c'erano i residui di cibo e bottiglie di vino e birra, e i ragazzi sembravano già su di giri. Non nego che nell'immediato ebbi un po' di paura e imbarazzo, ma loro riuscirono immediatamente a smorzarlo quando il primo di loro, alzandosi dal divano, mi raggiunse per salutarmi. Potei baciarlo sulla guancia, e a seguito tutti gli altri. Dovevo trattenere le emozioni ed essere all'altezza che il momento richiedeva.

Ebbi così l'idea di chiedere chi volesse un caffè, e mi recai in cucina a preparare la grande moka. Mi raggiunse Amed, mi abbracciò da dietro e mi disse: «Sei splendida, e i miei amici gli sei piaciuta. Vogliono conoscerti meglio.»

Mmm, non stavo più nella pelle, e la mia voglia fu vantaggiosa al punto di vedere il cazzo crescere nei suoi pantaloncini. Non persi tempo a prenderlo tutto in bocca, mentre ero china su di lui, appoggiato sul fianco del lavandino. Arrivò alle mie spalle uno di loro e mi si mise dietro, alzandomi la gonna: «Mmm, che bel culetto, tesoro.»

Vidi con la coda dell'occhio che aveva già tirato fuori il bel pisellone: non era molto lungo, ma era davvero largo e durissimo. Mi girai e lo presi tutto in bocca, ero accovacciata per terra, e mentre spompinavo con ardore i due bei cazzi, si presentarono un po' alla volta tutti i cinque uomini. Fu un trionfo.

A quel punto Amed fu il regista assoluto. Prendendomi per mano, mi portò in una stanza, e lì passai un tempo interminabile di orgasmi continui: più a turno mi scopavano, più avevo voglia, e non perdevo un secondo senza avere un cazzo in culo e uno o due in bocca. Ero bagnata e ansimavo con gemiti che sicuramente si sono sentiti in altre parti del vicinato.

Il primo a godermi in bocca, con i suoi fiotti di caldo sperma, fu Karim, che aveva un bel fisico asciutto e un bel cazzo, lungo venti centimetri. Non lo lasciai andare via, lo tenni in bocca fino all'ultimo suo fiotto, e poi ingoiai tutto. Questa cosa mi fece sentire una gran porca, e il mio desiderio aumentò ancora. Il mio culo era in piena contrazione di piacere quando sentii un guaito di goduria del ragazzo biondino che mi veniva tutto dentro, fermandosi per un attimo per finire il suo orgasmo. Alla fine tutti ebbero l'orgasmo finale, e mi riempirono di felicità.

Fu una bellissima serata, molto spontanea, dove io avevo celebrato il mio riconoscermi femmina, e loro avevano sfogato una lunga estate di lavoro. A qualche ora di notte ci salutammo, e con Karim ci dirigemmo verso casa.

Per tutto il percorso non ci dicemmo niente, ma arrivati a casa mi raggiunse in bagno, dove mi stavo spogliando per una doccia. Con il cazzo duro in mano, appoggiata tra lavandino e water, mi ha spalancato le gambe e mi ha sbattuta fino alla sua mega sborrata che mi ha totalmente invasa.

Fu davvero un fine estate con i botti.

“I nomi non sono reali ma inventati “
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